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La belva in gabbia (Lindau)

5 dicembre 2012

Cinquant’anni fa il primo processo, e la prima condanna a morte, a un criminale nazista in Israele.  Le Edizioni Lindau presentano oggi la riedizione di un fondamentale saggio storico:

LA BELVA IN GABBIA

Eichmann: i delitti, il processo, la condanna

di Sergio Minerbi
prefazione di Gabriel Bach
ex procuratore di Stato in Israele ed ex giudice della Corte Suprema israeliana
la belva in gabbia
Il libro
Quindici anni dopo il processo di Norimberga, che giudicava i criminali di guerra di fronte a un Tribunale militare internazionale e dove la Shoah era descritta solo in parte, il processo Eichmann a Gerusalemme, per la prima volta, svelava al mondo gli atroci dettagli dello sterminio degli ebrei.
“La belva in gabbia” era l’espressione in codice usata dal Mossad, uno dei servizi segreti israeliani, per informare il primo ministro israeliano, David Ben-Gurion, che Adolf Eichmann era stato catturato. Era il 1960. Portato in Israele, un anno dopo cominciò il processo.

L’Autore registrò le drammatiche testimonianze dei superstiti, dettagliate e in gran parte allora inedite, descrisse le reazioni di Eichmann, la sua fredda presenza in aula. Quel processo aprì una pagina nuova nell’elaborazione della tragedia da parte degli ebrei e anche oggi è un capitolo fondamentale nella comprensione dell’orrore nazista. Nella nuova introduzione Sergio Minerbi analizza la posizione di Israele oggi e la sua memoria di quegli eventi, tra le celebrazioni ufficiali e la sete di verità della società civile.

Sergio Minerbi seguì il processo ad Adolf Eichmann in tutte le sue fasi, in qualità di corrispondente della Rai, e ne pubblicò successivamente un resoconto dettagliato e drammatico in un volume uscito, con grande clamore, nel 1962, e divenuto un classico. Viene oggi riproposto in una nuova edizione completamente rivista dall’autore che ha potuto così correggere diverse imprecisioni delle edizioni passate e aggiornare la sua introduzione.
Questa nuova edizione è arricchita dalla prefazione, inedita in Italia, di Gabriel Bach, ex procuratore di Stato in Israele ed ex giudice della Corte Suprema israeliana, finora pubblicata solo sull’edizione americana. Il volume è inoltre impreziosito da un ricco inserto fotografico, storicamente interessante, con immagini concesse in particolare dallo Yad Vashem, il Museo dell’Olocausto.
La cronaca di un processo fondamentale per comprendere la Shoah
Adolf Eichmann fu uno dei principali responsabili del massacro degli ebrei in Europa. In qualità di comandante del dipartimento IV-B-4 del RSHA (l’ufficio per la sicurezza del Reich), organizzò la deportazione di milioni di individui verso quei campi di sterminio in cui trovarono la morte. Dopo la seconda guerra mondiale, fuggì in Argentina e cambiò identità. Rintracciato dai servizi segreti israeliani fu trasferito a Gerusalemme dove, nel 1961, fu processato e condannato alla pena capitale. La sua impiccagione è stata la prima e unica sentenza di morte eseguita in Israele.
Come l’autore mette magistralmente in risalto, il processo servì non solo a condannare uno dei criminali di guerra più freddi e spietati (Eichmann, a sua difesa, si limitò a ribadire ossessivamente che egli obbediva a degli ordini «nel rispetto della disciplina, dei doveri militari in tempo di guerra, e del giuramento di fedeltà»), ma anche a fare per la prima volta piena luce sui piani per l’attuazione della Soluzione Finale e sulle modalità dello sterminio: la costruzione dei ghetti nelle principali città occupate, i campi di concentramento, le torture, gli esperimenti medici su cavie umane, le fucilazioni di massa, le camere a gas…
Al termine del processo Adolf Eichmann fu condannato a morte “per aver spietatamente perseguito lo sterminio degli ebrei”, impiccato nel carcere di Ramla il 31 maggio 1962 e le sue ceneri disperse fuori dalle acque territoriali israeliane.
Il libro, scritto sotto forma di diario, non è diviso in capitoli ma secondo la cadenza del dibattimento. I titoli dei paragrafi si riferiscono ai rispettivi capitoli dell’arringa del Procuratore Generale Hausner intercalati nel testo.
Una prosa lucida e concisa e una sapiente alternanza di accurate ricostruzioni storiche e di racconti dalla forte presa emotiva fanno di questo libro un tassello fondamentale per comprendere l’immane tragedia della Shoah.
L’autore
Sergio Minerbi, nato a Roma nel 1929 e arrivato in Palestina nel 1947, è stato ambasciatore d’Israele e docente universitario. Autore di diversi libri, ha collaborato con «Il Sole 24 Ore».
DAL LIBRO
 
Lunedì 8 maggio
 
Oggi ha testimoniato Rivka Yosselevska, una donna di mezza età che non poté venire a deporre venerdì scorso perché colpita da un attacco di cuore. Nel suo yiddish con l’accento russo ella ha raccontato alla Corte la sua terribile storia. È nata in un villaggio nei pressi di Pinsk, dove vivevano circa 500 famiglie di ebrei. Nel 1941 il villaggio fu occupato dai nazisti ed ebbero inizio le prime azioni contro gli ebrei. Poi fu istituito un ghetto e spesso gli uomini rischiavano la vita per andare a pregare all’alba in uno scantinato. Nel 1942 i pochi superstiti del ghetto furono riuniti nella piazza principale e fatti salire su un grosso camion. Quelli che non vi trovarono posto dovettero corrergli dietro. «Con la mia bambina in braccio», racconta la Yosselevska, «corsi dietro il camion con tutte le mie forze. Chi rimaneva indietro veniva ucciso sul posto. Quando arrivammo a destinazione vidi la gente del camion che ci aveva preceduto già spogliata sull’orlo di una grande fossa. Quattro SS armati fino ai denti cominciarono a uccidere gli ebrei a uno a uno. Mia figlia mi domandò: “Mamma, mi hai fatto mettere il vestito del Sabato perché dobbiamo morire?”. Le sofferenze dei bimbi erano insopportabili e speravo soltanto che tutto ciò finisse presto. Mio padre, mia madre e le mie sorelle furono fatti spogliare e uccisi davanti ai miei occhi. Poi venne il mio turno. Un SS mi strappò la bambina dalle braccia: udii un urlo e uno sparo. Poi fui colpita anch’io. Caddi tra i corpi nella fossa. Dapprima pensai di essere morta e che la pesantezza alla testa dovesse essere ciò che si prova dopo morti. Ma soffocavo per i corpi che continuavano a cadere su di me, tentai di muovermi e capii di essere ancora viva. Desideravo soltanto un’altra pallottola che ponesse fine alle mie sofferenze ma continuai a lottare per non soffocare, per non essere sepolta sotto i cadaveri. Alla fine riuscii ad arrivare all’orlo della fossa. I tedeschi se n’erano andati. Ero nuda, coperta di sangue e di escrementi altrui. Cercai tra i corpi quello della mia bimba, Merkele, ma era impossibile riconoscerla. Eravamo rimaste vive in quattro. Invidiavamo quelli che erano già morti. Dalla fossa sprizzava il sangue come una sorgente d’acqua e ancora oggi quando passo vicino a una fonte non posso fare a meno di ricordarlo. Rimasi tre giorni e tre notti stesa sui cadaveri. Poi passarono dei pastori che mi gettarono delle pietre: non sapevano se fossi morta o pazza. Alla fine un contadino mi aiutò a raggiungere gli ebrei nella foresta, e rimasi con loro fino alla liberazione.»
Tra i documenti presentati oggi ci sono alcuni rapporti tedeschi sulle azioni antiebraiche compiute all’est. Uno di questi, diretto come al solito alla IV-B-4 di Eichmann, è del novembre 1941 e si vanta del successo della propaganda nazista. «Grazie alla nostra organizzazione, gli ebrei credevano fino all’ultimo momento prima di essere giustiziati che venissero riuniti soltanto per essere trasferiti in un’altra località.»
C’è poi una serie di documenti concernenti il caso della signora Jenni Cozzi, un’ebrea di Riga sposata a un ufficiale italiano e che in virtù del matrimonio era divenuta cittadina italiana. Riuscita a mettersi in contatto col Console Generale d’Italia a Danzica, Giuriati, questi si interessò subito di lei e cercò di farla liberare, ma invano. Si iniziò allora una lunga discussione tra l’Ambasciata d’Italia a Berlino da un lato e l’ufficio di Eichmann dall’altro, tramite il Ministero degli Esteri germanico. Günther, il sostituto di Eichmann, si rifiutò di liberare la Cozzi «poiché ella potrebbe sfruttare le condizioni del ghetto di Riga per una propaganda di atrocità. Richiedo che l’Ambasciata italiana si astenga dall’appoggiare quell’ebrea». Le autorità italiane continuarono a fare pressione e perfino il Partito fascista intervenne presso quello nazista. Ma Eichmann ebbe l’ultima parola. Nella sua lettera del 25 settembre 1943 egli scrisse: «A seguito della nuova situazione politica creatasi in Italia (l’armistizio) non ritengo necessario prendere ulteriori provvedimenti in merito. Ho dato istruzioni perché l’ebrea Cozzi venga internata nel campo di Riga. Essa può ora seguire il destino di tutti gli ebrei».
È questo il prodromo del capitolo sull’Italia che metterà in luce l’abisso che separò in quell’epoca l’atteggiamento delle autorità italiane da quelle naziste.
Il Vice Procuratore Bach ha poi iniziato il dibattito sulle persecuzioni nell’Europa occidentale con una lunga serie di documenti che dimostrano la responsabilità di Eichmann nella spoliazione e nelle deportazioni da queste regioni. A questo proposito riportiamo qui un sunto del capitolo relativo della requisitoria iniziale del Pubblico Ministero.

LA BELVA IN GABBIA

Eichmann: i delitti, il processo, la condanna

di Sergio Minerbi
prefazione di Gabriel Bach
ex procuratore di Stato in Israele ed ex giudice della Corte Suprema israeliana
Edizioni Lindau | Collana «I Leoni» | pp. 280 |
 euro 23,00 | ISBN 978-88-6708-015-1
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