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Etica e democrazia (Lindau)

8 marzo 2012
 Continua la nostra raccolta di schede libro. Oggi è la volta di Etica & Democrazia (Lindau Edizioni) di Paola Binetti.

EDIZIONI LINDAU

presentano

Paola Binetti

ETICA & DEMOCRAZIA

Il contributo dei cattolici alla politica

PREFAZIONE DI ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

 INTRODUZIONE DI ROCCO BUTTIGLIONE

Le riflessioni contenute in Etica & Democrazia nascono dall’esigenza di approfondire il rapporto tra fede e politica, in un periodo in cui molti sembrano aver smarrito la memoria dei valori che hanno fondato la nostra civiltà e innervano la nostra tradizione.

Oggi più che mai è necessario meditare sul senso di spaesamento che ha contagiato tutta l’Europa e comprendere come la fragile coesione economica sia condizione necessaria ma non sufficiente.

Dobbiamo tornare alle radici del nostro patrimonio culturale perché, come ha affermato Benedetto XVI, «sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire».

L’opinione dell’autrice è che tale convinzione e tali idee – approfondite e sviluppate nelle encicliche sociali del XX secolo – rappresentino non solo la memoria culturale dell’uomo contemporaneo ma anche la sua speranza per il futuro.

«Il rischio maggiore di una laicità male intesa è oggi quello di rendere dogmatici sulle cose opinabili e scettici sulle cose fondamentali, rigorosi in quanto al metodo, ma poi del tutto relativisti in quanto ai contenuti, incapaci di scegliere e per ciò stesso facilmente manipolabili, anche in tempi di ideologie deboli. Per ribaltare questo stato di cose occorre restituire alla ragione fiducia nelle proprie capacità e flessibilità nella sua modalità di azione, offrendole come orizzonte di confronto i valori “classici”, quelli della filosofia perenne, prima ancora di quelli della fede.» Paola Binetti

dalla prefazione di Ernesto Galli della Loggia

«In omaggio alla sincerità e alla chiarezza comincerò con il dire che provo un certo fastidio per l’uso del termine “laicità” che ricorre così di frequente nelle pagine del libro. Un termine fino a qualche anno fa abbastanza raro che però ha preso nuovo slancio dalla metà degli anni ’90, allorché esso ha cominciato a essere adoperato con sempre maggiore insistenza, in Italia e fuori (ma direi in particolar modo da noi), da parte di chi in genere lo faceva per lamentarne l’assenza. Erano per l’appunto alcuni settori della cultura e dell’opinione “laica”, quasi sempre “di sinistra”, che in quel giro di tempo si trovavano nella necessità di dover riempire con nuovi materiali il vuoto lasciato dal naufragio del loro precedente impianto ideologico di marca progressista – più o meno incentrato quasi sempre sul “marxismo” e sul “socialismo”, qualunque cosa queste due antiche parole volessero ormai dire. Questi nuovi materiali ideologici, affermatisi sulla fine del secolo scorso, consistevano grosso modo in tre blocchi di pensiero: in una nuova e accresciuta diffidenza verso la religione (vista come matrice inevitabile d’intolleranza e di fondamentalismo), nel rifiuto di ogni tematica identitaria e valoriale con radici nella tradizione storica occidentale (in quanto oggettivamente “discriminante” verso le cultura non occidentali), e infine in una sempre più insistita enfasi sulla dimensione dei “diritti” a tutela di una sempre maggiore espansione della soggettività. Materiali abbastanza eterogenei che però, anche per suffragare il proprio preteso carattere post-ideologico, sono stati rapidamente organizzati entro una prospettiva unica la quale ha voluto presentarsi come ragionevolmente e semplicemente illuminista, pacificamente cosmopolita, “laica” per l’appunto (con l’implicito ma ovvio sottinteso che chi non ne avesse condiviso i contenuti non poteva che essere un “non laico”, cioè uno schiavo dei pregiudizi, delle ideologie o di qualche fondamentalismo religioso).

A questa disposizione culturale genericamente orientata alla “laicità”, comune un po’ a tutte le società dell’Occidente, si è aggiunto in Italia un ulteriore elemento. E cioè il fatto che, finita la presenza della Democrazia cristiana, il ruolo socio-culturale di questa è stato in certa misura preso direttamente dalla Chiesa. Tanto più in quanto, proprio in quegli anni, l’agenda e la discussione politiche sono venute sempre più affollandosi di temi (come quelli bioetici o dei diritti degli omosessuali) concernenti evidentemente anche l’ambito etico-religioso. Da qui – specie sotto la guida della Conferenza episcopale italiana da parte del cardinale Ruini – un impegno ancor più forte e diretto della Chiesa nella discussione pubblica e la sua decisa discesa in campo a favore di questa o quella soluzione. E da qui, dunque, inevitabilmente, anche un’ostilità per le sue “ingerenze”, e perciò la rivendicazione della laicità dello Stato. In complesso, per l’appunto, una crescente tematizzazione della “laicità”.

Da allora il comandamento della laicità domina il nostro tempo. E lo domina, me lo si lasci dire, anche perché nei confronti del discorso e della cultura della società contemporanea il discorso cattolico ha dimostrato (ancora una volta?) una permeabilità che perlomeno ai miei occhi ha tutta l’aria di essere parente stretto della subalternità. Cosicché pure la Chiesa si è messa da tempo a parlare a tutto spiano di “laicità”, sforzandosi però di addolcirne i contenuti e correggerne quelli a lei sgraditi con l’aggiungere al termine “laicità” appendici come “sana”, “ben intesa” e altre simili. Appendici che tuttavia, a mio parere, conservano un contenuto concreto sostanzialmente oscuro, e non si capisce che cosa esattamente intendano se non “la laicità che va bene a me”, o vale a dire “quella che si accorda con tutto ciò che io penso”.

Confesso che le molte pagine dedicate all’argomento dal libro di Paola Binetti (dove si auspica una laicità “serena ed equilibrata”) non mi hanno liberato da questa mia impressione. Infatti, la formula famosa “a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, anche da lei indicata come quella in fin dei conti chiarificatrice di ciò che dovrebbe essere una “sana laicità” a me pare non chiarire molto. D’accordo: a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Ma che cosa è di Cesare, e che cosa è di Dio? E chi stabilisce i criteri della ripartizione? Il problema vero è questo, e resta insoluto. È un po’ l’identica cosa che accade con l’altra formula egualmente famosa ed egualmente adoperatissima da chi pensa che in questa materia la soluzione alla fine sia relativamente semplice. Mi riferisco, come si sarà capito, a “Libera Chiesa in libero Stato”; formula anch’essa che lascia impregiudicato proprio ciò che invece conta: e cioè chi tra lo Stato e la Chiesa definisce contenuti e limiti delle rispettive libertà, e con quali criteri.»

dall’introduzione di Rocco Buttiglione:

«Paola Binetti rende ragione davanti ai suoi lettori (e anche, naturalmente, ai suoi elettori) dei criteri culturali, dei principi e dei valori che sostengono la sua azione politica. Contemporaneamente formula la sua proposta politica. Si tratta di una proposta di contenuti ma si tratta anche di una proposta di metodo, che può incontrare consenso anche molto al di là dell’ambito di coloro che condividono con l’on. Binetti una comune visione politica.

La parole che ricorrono più di frequente in questo testo sono le parole laico e laicità. Paola Binetti si sente orgogliosamente laica e della propria laicità fa la base non solo della propria azione ma anche della sua stessa identità politica. Bisogna però comprendere esattamente che cosa Paola Binetti intenda con la parola laicità. Questa parola è stata infatti usata in molti modi e con molti significati in periodi diversi e anche in contesti culturali diversi, come fa notare Galli della Loggia nella bella Prefazione che viene premessa al volume. Nell’800 i laici sono i liberi pensatori che si emancipano dalla tutela che la Chiesa esercitava sull’intelligenza umana. Allora però si pensava che il libero pensiero possedesse una sua propria forza di gravità che induceva tutti i liberi pensatori, alla fine della loro ricerca, a convergere sulla medesima verità. La verità del libero pensiero era la verità della scienza. I laici sostituivano ai dogmi della fede i dogmi della scienza. Sulla scienza dovevano fondarsi anche la politica e lo Stato. La scuola pubblica, in particolare, doveva educare le giovani generazioni al culto della ragione scientifica. Il laicismo coincideva allora con un credo antireligioso. Alla presa di questo laicismo ha tentato di sottrarsi la filosofia kantiana della coscienza morale che ha ispirato autori come Alain in Francia o Norberto Bobbio in Italia. Nel confronto interno alla prima forma di laicismo essa è però risultata perdente.

La prima forma di laicismo è andata incontro a uno scacco storico. Chi meglio di tutti ce ne ha dato le ragioni è stato K. Popper (e in Italia Dario Antiseri). La scienza è un modello esplicativo della realtà che da un lato la rende calcolabile (e quindi è la base della tecnologia), dall’altro però inevitabilmente la deforma e la semplifica. La struttura stessa dell’impresa scientifica fa in modo che la scienza non possa mai pretendere né di trasformarsi in filosofia né di sostituire le antiche religioni. Se ci prova i risultati sono disastrosi. Di qui la critica di tutte le ideologie che hanno preteso di sviluppare una «concezione scientifica della realtà». La realtà è sempre, per principio, più ricca di determinazioni che non la teoria (scientifica).

Da questa crisi della scienza occidentale formalizzata da Popper (ma anticipata da Husserl) nasce un secondo significato di laico e di laicità (che è quello a cui fa riferimento Galli della Loggia). Chi credeva che l’unica verità fosse quella della scienza, quando la scienza si rifiuta di fornirgli una verità, rimane senza nessuna verità. Alla crisi dell’idea stessa di verità sopravvive una sola verità, e questa è che non c’è nessuna verità. Il relativismo etico diventa la nuova forma della laicità. Di questa laicità Galli della Loggia giustamente diffida, rifiuta di lasciarsi prendere prigioniero da essa e sospetta nel discorso di Paola Binetti sulla laicità una subordinazione all’avversario pur nell’opposizione.

A me sembra però che affatto diverso sia il discorso di Paola Binetti (e, quanto a questo, del cattolicesimo italiano di questi ultimi anni) sulla laicità.»

dal libro:

«Il tempo sembra maturo per affrontare senza tabù, ma anche senza inutili nostalgie, una domanda concreta sul posto dei cattolici in politica e su come un cattolico debba caratterizzare la sua presenza nel contesto in cui vive, a livello sociale, culturale e politico. I riduzionismi non hanno mai aiutato a comprendere come l’impegno «cattolico» non possa che essere universale, a tutto campo, come lo stesso termine «cattolico» suggerisce. Se la promozione delle politiche sociali costituisce un aspetto essenziale della solidarietà e della fraternità umana, valori inscindibili nello stile di vita di un cattolico, che faccia o meno politica attiva, la consapevolezza che la vita è la nuova questione sociale del nostro tempo non può in alcun modo essere ignorata o disattesa. Connotare la presenza cattolica solo con un profilo di contrasto alla povertà e di inclusione sociale, caratterizzata da un nuovo patto intergenerazionale, è condizione necessaria, anzi decisamente prioritaria, ma non sufficiente. Finché vita e famiglia, impresa e lavoro saranno considerati come binari paralleli, senza coglierne tutte le forti e reciproche implicazioni, è difficile immaginare quale possa essere il posto dei cattolici in politica. Li si immaginerà come meglio collocati da un lato o dall’altro a seconda del tema in questione, accettando che ci si possa concentrare impunemente su alcuni temi trascurando gli altri, senza rendersi conto che questa è la deriva drammatica del nostro paese.

Forse occorre ricominciare proprio dal recupero di una sensibilità e di una mentalità che siano capaci di fare sintesi tra i temi sociali e antropologici, tornando all’unità di vita di chi si impegna a cercare soluzioni per una molteplicità di problemi, solo apparentemente diversi tra di loro, ma in realtà legati da un unico filo che è la comune esperienza della nostra umanità. Per questo possono avere ragione molte persone che in perfetta buona fede non riescono a comprendere in cosa consista la specificità dell’impegno dei cattolici in politica. La promozione e lo sviluppo della dignità umana è qualcosa che precede e anticipa il messaggio cristiano, non è una questione di fede; è questione di una ragione capace di muoversi nella prospettiva del senso comune, senza pregiudizi. Ben attenta a capire in che cosa consista il bene di una comunità, il bene comune, per realizzarlo con energia e determinazione, senza cedere alle lusinghe del più forte. La ragione umana, con il rigore delle sue argomentazioni logiche, unita a una sensibilità, attenta alle fasce sociali più deboli, deve però lottare giorno per giorno per non restare schiacciata da logiche di parte, da interessi in perenne conflitto tra di loro, da un senso della giustizia che tende ad appannarsi. La sfida del cattolico che vuole fare politica nel miglior modo possibile comincia prima di tutto con il riaffermare la sua dignità personale di uomo retto e intelligente, generoso e leale. Si sente responsabile anche di chi da solo non è in grado di ottenere il rispetto dei suoi diritti, per questo mette in gioco la sua capacità di cogliere e di accogliere le vere necessità degli altri.

L’esigenza di aprire una nuova fase della politica italiana, dopo questi ultimi 20 anni, che tutti vorrebbero archiviare come una sorta di Medioevo della nostra Repubblica, ha aumentato il livello di attenzione nei confronti del ruolo che i cattolici potrebbero svolgere. La politica va ripensata ridimensionando la unidimensionalità economicistica e riscoprendo coraggiosamente le riforme che consentano di tornare a creare e a distribuire ricchezza. Ricchezza materiale ma anche ricchezza sociale e culturale, in cui il benessere percepito non sia solo quello di tipo economico. Senza dimenticare il debito di giustizia nei confronti delle nuove generazioni, a cui dopo aver dato una formazione qualitativamente esigente, bisogna offrire anche l’opportunità di mettersi in gioco al servizio del paese.»

EDIZIONI LINDAU

Paola Binetti

ETICA & DEMOCRAZIA

Il contributo dei cattolici alla politica

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collana «I Draghi» – pagine 360 – euro 24,00

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IN LIBRERIA DAL 9 FEBBRAIO 2012

La scheda sul sito di Lindau Edizioni

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